Dovevamo aspettare che Netflix ci facesse la serie tv perché un romanzo pubblicato dieci anni fa diventasse best-seller anche in Italia. Ora, in fatto di libri io evito quasi sempre di farmi influenzare dalle tendenze, tuttavia due settimane fa ho ceduto alla tentazione, e un giorno dopo aver visto la tredicesima puntata della serie tv, ho comprato una copia di Tredici (Theerteen reasons why) di Jay Asher.

La trama di Tredici è scandita in tredici capitoli, tanti quanti sono i “lati” delle audiocassette che Hannah Baker ha spedito ai suoi dodici nemici, più il suo amato Clay Jensen, prima di uccidersi. È un crescendo di ingiustizie e cattiverie: la caduta di Hannah ha inizio da uno squallido pettegolezzo e termina con una molestia sessuale impunita.

Rispetto alla serie televisiva il romanzo è più asciutto e scorrevole. Per esempio, nel romanzo Clay – il personaggio p.d.v. del racconto – impiega una giornata piena ad ascoltare tutti e tredici i lati, mentre nella trasposizione ci mette almeno due settimane, tra una lagna e un’allucinazione di Hannah morta; e poi mancano le caratterizzazioni dei perfidi dodici e la sotto-trama della causa intentata dai genitori di Hannah contro la scuola.

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Nel romanzo mancano anche gli espedienti più scabrosi, quindi se vi cercherai il bacio omosessuale tra Hannah e Courtney, o lo stupro a cui la sottopone Bryce, o lo svenamento finale ci rimarrai male. Sulla carta Asher fa appena un cenno all’overdose di barbiturici con cui Hannah si toglie la vita, mentre in video la vediamo tagliarsi i polsi nella vasca da bagno, con abbondanti particolari di sangue che schizza e acqua che si arrossa. Del resto a Netflix conoscono il popolo di serial-dipendenti, golosi di sangue e di sesso, e poi la trama allungata e il sequel già annunciato giustificano l’abbonamento.

Jay Asher fa la scelta di rendere il punto di vista di Clay al tempo presente, ma alla lunga mi ha infastidito, perché stare a sentire (a leggere) i pensieri di uno che si dice da solo cosa sta facendo minuto per minuto è ridicolo; migliore, invece, la trascrizione delle audiocassette, in cui Hannah si rivolge direttamente al perfido di turno, e quindi la narrazione è caricata di rabbia, e si sente.

Tredici e il bullismo

Il bullismo c’è nel romanzo, ma le azioni che portano Hannah a suicidarci possono accaderci anche in famiglia o a lavoro. Come ti sentiresti tu se tua cognata sparlasse di te e tua suocera minimizzasse alla buona? O immagina di essere nuovo in ufficio e il tuo collega arrivista non perde occasione di farti sentire uno sfigato, mentre il tuo capoufficio ne approfitta per fare il polipo.

Ecco, se facessimo diplomare Hannah Baker e la salvassimo dalla scuola, e poi finisse in uno di questi due contesti, finirebbe con l’ammazzarsi lo stesso. Dopotutto i bulli sono come i Pokemon, solo che questi ultimi evolvono in forme sempre più forti, mentre i primi involvono in individui via via più patetici.  

di Cosimo Dellisanti